Don Bosco, l’apprendistato e il sistema preventivo

Don Bosco e apprendistato

Agostino Gemelli e la psicologia del lavoro in Italia

Scienze e religione, soprattutto in Italia, non sono mai state due realtà completamente distinte. Se, infatti, molti scienziati hanno lavorato guidati dalla luce divina oltre che dal lume della ragione, ancor di più sono stati i religiosi che, anche schierandosi contro le gerarchie ecclesiastiche, hanno prodotto conoscenza e messo a disposizione l’intuizione tecnica a servizio della collettività.

La psicologia del lavoro, scienza applicata, non è esente da questo ragionamento. Per molti, anzi, si deve proprio ad un religioso l’arrivo di questa disciplina in Italia. Erano i tempi della I Guerra Mondiale e Padre Agostino Gemelli, già assistente dell’anatomista Camillo Golgi, si dedicò all’applicazione di principi psicologici mentre era cappellano militare.

Il contributo del medico francescano fu molto importante. Gemelli si occupò di selezionare i piloti militari mettendo a punto i primi veri test attitudinali della storia nazionale. Fondò, di fatto, la psicologia militare italiana, e continuò incessante e per molti anni la sua opera di scienziato da professore ordinario e direttore di un pioneristico laboratorio di psicofisiologia (Paolella, 2014).

Giovanni Bosco, precursore incosciente

Prima ancora di Padre Gemelli, e in maniera molto più celata e inconsapevole, un altro membro del clero ha fornito il suo contributo e inciso fortemente nel panorama della riflessione sul lavoro nel nostro Paese. Il riferimento è a Giovanni Bosco, sacerdote piemontese che sarebbe di lì a qualche anno diventato santo.

Don Bosco, sia chiaro, non scrisse mai realmente di psicologia. Nacque sessant’anni prima di Gemelli, nel 1815, e di quest’ultimo non poté saperne effettivamente nulla. Eppure, almeno due sono i motivi che lo legano alla disciplina psicologica applicata ai contesti professionali.

Il primo è relativo al tema della tutela dei diritti del lavoratore. Sebbene a molti sia noto l’interesse di don Bosco per la cura dei giovani poveri e abbandonati della Torino di metà Ottocento, pochi sanno che dobbiamo al santo piemontese il primo contratto di apprendistato su carta bollata in Italia.

Don Bosco e il contratto di apprendistato

Era l’8 ottobre 1852 e, nell’oratorio san Francesco di Sales dell’allora Capitale del Regno di Sardegna, il minutiere Giuseppe Bertolino, il giovane Giuseppe Odasso, suo padre Vincenzo e il sacerdote Giovanni Bosco firmavano quello che all’epoca definirono contratto di apprendistaggio.

L’obiettivo era che Giuseppe Odasso imparasse con impegno dal maestro Bertolino la preziosa arte del minutiere, per due anni. In cambio, Bertolino trattava il suo apprendista per l’età che aveva. Gli concedeva i giorni festivi come riposo, la possibilità di mettersi in malattia e una paga crescente commisurata al suo percorso (prima 30, poi 40, poi 60 centesimi al dì). E, cosa non scontata per l’epoca, potendo utilizzare le sole parole come metodo di correzione. Con l’amorevolezza – sempre stando al contratto – che ogni buon padre di famiglia utilizzerebbe con un figlio.

Il contratto stabiliva anche che il padre del ragazzo si sarebbe impegnato a risarcire il maestro in caso di danni dolosi provocati dal figlio. E, cosa ancor più singolare, chiariva il ruolo di don Bosco come promotore di questa istanza, anche stabilendo che Bertolino avrebbe potuto porgere a lui le sue eventuali lamentele.

Don Bosco, in un colpo solo, introdusse il contratto di apprendistato moderno e fece mettere per iscritto i doveri e i diritti di un lavoratore minore (tra i quali comparivano quello al riposo e alla malattia, ma anche all’errore accidentale, al quale sarebbe potuto seguire soltanto un feedback a voce). Inoltre, tracciava i confini per eventuali risarcimenti al datore e formalizzava il suo ruolo di intermediario nella stipula e per tutto il rapporto di lavoro. Cose impensabili, per quell’epoca, e di fatto simili a quelle che, a distanza di oltre 150 anni, non senza fatica si cerca di attuare oggi.

Il sistema preventivo

Ma se il contratto di apprendistato è stato un prodotto, l’implementazione di una buona pratica, di matrice programmatica, è il secondo elemento che accosta don Bosco alla moderna psicologia del lavoro.

Con il suo sistema preventivo, il santo torinese dimostrò le sue capacità di uomo di ragione, oltre che di religione. L’intuizione non ebbe data, ma quando nell’agosto 1877 Giovanni Bosco pubblicò l’opuscolo “Il sistema preventivo nella educazione della gioventù”, l’approccio da lui messo a punto per l’educazione dei suoi giovani fu finalmente messo nero su bianco.

Il suo metodo era in netto e dichiarato contrasto con il più comune, all’epoca, metodo repressivo. Con ragione, religione ed amorevolezza, don Bosco si prefissava di escludere ogni punizione grave e limitare al massimo anche le punizioni lievi nelle sue “organizzazioni”. I suoi ragazzi dovevano essere messi in condizione di conoscere i regolamenti degli ambienti che frequentavano affinché non li infrangessero. Dopodiché, anche nel caso in cui avessero infranto le norme, anziché venire puniti, ciascuno avrebbe dovuto ricevere suggerimenti per essere aiutato a comportarsi al meglio. E capire il senso del cambiamento, tanto da finire quasi per desiderarlo.

Oggi, quanto prospettato può apparire scontato. Diversamente era però per le condizioni dell’epoca, nelle quali la costrizione e la repressione regnavano nei contesti sociali e lavorativi. Contesti che don Bosco contribuì oltretutto a fondare, con la creazione di botteghe artigiane e imprese dove i giovani potevano avvicinarsi al lavoro.

Al giorno d’oggi

Applicare il sistema preventivo non fu semplice. Lo stesso don Bosco fece fatica con i salesiani, di cui era il fondatore, con lui impegnati nel cammino di educazione della gioventù. Tuttavia, è impossibile non leggere nel suo pensiero, che non esitò a proporre anche all’allora Ministro degli Interni Francesco Crispi, numerosi temi su cui ancora oggi la psicologia del lavoro e delle organizzazioni fonda i suoi principi.

Tra questi, l’importanza di un buon clima e di una buona cultura organizzativa, il valore della tutela sindacale, le potenzialità e i valori della mentorship, la promozione di una leadership di testimonianza, partecipativa e di uguaglianza, la visione del lavoro come mezzo di rieducazione (molti dei suoi giovani venivano dalle prigioni) ed autorealizzazione, la necessità di spostare dalla coercizione alla libera scelta dei comportamenti migliori il criterio di buona sicurezza degli spazi condivisi.

Se, quindi, da un lato già nel XIX secolo un uomo di chiesa riuscì a introdurre e parlare di aspetti più umani nel lavoro, solo nel XX secolo le scienze ebbero il potere di cambiarlo, rendendolo più a misura di uomo e guardando il rapporto lavoratore-organizzazione con la necessità di renderlo un incontro, più che uno scontro.

In conclusione

Non si dica, chiaramente, che don Bosco sia stato, tra l’altro, anche uno psicologo del lavoro. Ciò sarebbe falso, superficiale e oltremodo tendenzioso. Tuttavia, il contributo di questo santo sociale al pensiero umano, in Italia ma non solo, va riconosciuto a prescindere da opinioni e proprio credo religioso.

Ancora una volta, infatti, è bene considerare che ciò che oggi ci sembra scontato, lo è solo in questo tempo e a determinate latitudini. Ogni condizione presente è stata oggetto di una conquista continua, che ha rappresentato una rivoluzione rispetto al passato. Tanti e diversi sono i testimoni, di background differenti che, come ha fatto don Bosco, hanno cambiato il mondo. Ogni tanto, tornare indietro e cercare l’origine del presente può indicarci da dove veniamo e offrirci un percorso per capire come ci siamo arrivati.

Riferimenti bibliografici

  • Bosco, G., & Braido, P. (1985). Il sistema preventivo nella educazione della gioventù. Roma: LAS.
  • Paolella, F. (2014). Esercito, fede, psicologia. Padre Gemelli e la Grande Guerra, Rivista svizzera di storia religiosa e culturale, 167-187.

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Profilo Autore

Ferdinando Toscano
Ferdinando Toscano
Dottorando presso l'Università di Bologna. Mi interesso di psicologia, ma anche di sociologia ed economia.

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